Riccardo Cucchi: la radio è l’essenza del racconto

27 Dic, 2018

Cosa vuol dire fare radio? Quali sono le doti di un buon giornalista radiofonico? Ecco cosa ci ha detto il noto radiocronista in questa intervista esclusiva

La redazione

Riccardo Cucchi è una delle voci più famose dello sport italiano: radiocronista per ben 23 anni a Tutto il calcio minuto per minuto (per passare poi in tv, alla Domenica sportiva), è stato un esempio di signorilità e professionalità al microfono. Abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo a Cesena sul palco dell’evento “Fare il giornale nelle scuole” e di realizzare con lui questa intervista esclusiva

Cosa vuol dire fare radio?

C’è bisogno di giovani giornalisti che facciano radio, è sempre un mestiere bello perché, come diceva Enzo Biagi, “il giornalista è il testimone della realtà”. Per fortuna che in ogni angolo del mondo ci sono i giornalisti, sono loro che ci fanno conoscere il mondo: fare informazione è importante, purché sia libera e autonoma. Una stampa libera forma cittadini liberi

Quali sono le doti principali di un buon giornalista radiofonico?

La prerogativa fondamentale, la prima qualità indispensabile è la curiosità. Poi, certo, un buon giornalista radiofonico deve essere leale e attendibile, dire sempre la verità. E poi si deve essere imparziali: io sono tifoso della Lazio, ma nessuno se ne è mai accorto, perché quando facevo le radiocronache della Lazio ero il più severo dei critici…

Meglio la radio o la televisione?

Nella mia carriera ho avuto modo di praticarle tutte e due, ma preferisco la radio, che ha un privilegio: quello di non avere immagini. La radio ti costringe a partecipare attivamente, stimola la fantasia: l’ascolto radiofonico è attivo, quello televisivo è passivo. La radio è l’essenza del racconto

Quali consigli potresti dare ai giovani che si avvicinano per la prima volta al microfono?

Bisogna rispettare il microfono, non averne paura, ma neanche sottovalutarlo: saper scegliere le parole giuste, avere rispetto delle opinioni degli ascoltatori, cercare di trasmettere emozioni. E poi essere gentili, non vergognarsi, non perdere mai il gusto di dialogare

Ci racconti i tuoi esordi radiofonici?

Si può dire che ho cominciato da bambino: negli anni Sessanta c’era Tutto il calcio minuto per minuto, io ascoltavo le voci di mostri sacri come Enrico Ameri e Sandro Ciotti, chiudevo gli occhi e mi sentivo dentro lo stadio, giocavo a fare la radiocronaca anche da altri campi… Poi ho fatto un provino alla Rai, davanti a un altro mostro sacro come Sergio Zavoli: gli ho detto “vorrei fare il radiocronista…” e lui mi ha risposto “vediamo cosa sai fare!”… E mi ha fatto improvvisare una radiocronaca lì per lì, era Juve-Milan; poi la prima partita “vera” è stata Campobasso-Fiorentina. Era l’agosto del 1982 e da lì tutto ha avuto inizio…

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